5 Verità sorprendenti sulla cattura di carbonio che le foreste europee ci stanno insegnando

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Perché “piantare un albero” non basta — e cosa significa davvero fare carbon farming ad alta integrità.
Quando pensiamo a come combattere il cambiamento climatico, una delle prime immagini che ci viene in mente è questa: piantare un albero. Un gesto semplice, potente, quasi una panacea universale. Ma se la verità fosse più complessa (e molto più interessante) di così?
Oggi le foreste europee sono chiamate a fare un lavoro enorme: assorbire CO₂, conservare biodiversità, resistere a siccità e incendi, fornire risorse. Eppure diversi segnali indicano che la loro capacità di funzionare come “pozzi di carbonio” sta diventando più fragile, proprio mentre ne avremmo più bisogno.
È qui che entra in gioco il carbon farming: un insieme di pratiche che non si limita a piantare alberi, ma punta a gestire ecosistemi e territori (foreste e aree agricole) per aumentare lo stoccaggio di carbonio in modo misurabile, duraturo e sostenibile.
Una grande rassegna scientifica ci invita a superare gli slogan: non esiste “una” soluzione valida ovunque. Esistono scelte che funzionano solo se sono progettate bene, nel contesto giusto e con un monitoraggio serio. Ecco cinque verità controintuitive che le foreste europee ci stanno insegnando.
Piantare alberi non è sempre la soluzione (e talvolta può diventare un problema)
L’afforestazione (piantare alberi dove prima non c’erano) può essere potentissima, ma non è automaticamente positiva. Il motivo è che il carbonio non vive solo “negli alberi”: è distribuito in due grandi serbatoi:
biomassa aerea (tronchi, rami, foglie)
carbonio organico nel suolo (SOC)
E qui arriva la sorpresa: in alcuni casi, piantare alberi su ex praterie — soprattutto in zone umide — può far perdere carbonio dal suolo nella fase iniziale, riducendo o annullando parte del beneficio.
Non solo: i risultati “record” di assorbimento spesso si ottengono con monocolture a crescita rapida, talvolta con specie esotiche. Ma questi sistemi possono avere un costo nascosto: meno biodiversità, maggior consumo d’acqua e più rischio incendi, un tema sempre più critico nel Mediterraneo.
Lezione: nel carbon farming, il “quanto” conta meno del “dove” e del “come”.
Tagliare meno alberi qui può semplicemente spostare il problema altrove
Ridurre l’intensità di taglio o allungare i turni di raccolta può aumentare lo stock di carbonio nella foresta. Sembra una vittoria netta. Ma esiste un rischio enorme spesso ignorato: il leakage.
Se la domanda di legno resta la stessa, tagliare meno in Europa può spingere il mercato a procurarsi legno altrove, magari in regioni con standard ambientali inferiori. Risultato: il beneficio locale viene eroso o annullato.
In più, foreste troppo “mature” e non gestite possono diventare più vulnerabili a tempeste, parassiti e siccità, aumentando la probabilità che il carbonio accumulato venga rilasciato improvvisamente.
Lezione: una strategia “zero tagli” non è automaticamente una strategia climatica. Serve progettazione, equilibrio e analisi dei mercati.
Le torbiere sono superpotenze del carbonio, ma gestirle è un’arte delicata
Le torbiere coprono superfici relativamente piccole, ma possono immagazzinare quantità enormi di carbonio. Ripristinare torbiere drenate è una delle azioni più forti in assoluto per ridurre emissioni.
Il paradosso? Il ripristino può aumentare temporaneamente le emissioni di metano (CH₄), un gas serra molto più potente della CO₂ nel breve periodo. E se nel frattempo su una torbiera drenata si è sviluppata una foresta, re-idratare l’area può uccidere parte degli alberi, causando un rilascio temporaneo di carbonio.
Lezione: le torbiere sono tra le soluzioni più promettenti, ma richiedono un bilancio completo dei gas serra e una pianificazione accurata.
Le foreste miste sono spesso più resilienti delle monocolture (ma non sempre “più produttive” ovunque)
La diversità è una strategia chiave per adattare i boschi al cambiamento climatico. In generale, foreste miste:
resistono meglio a siccità e parassiti
riducono i rischi sistemici
migliorano la salute del suolo
favoriscono biodiversità
Ma la ricerca evidenzia una sfumatura: i benefici in termini di crescita e produttività sono più chiari in Europa centrale e meridionale, mentre nelle foreste boreali del Nord gli effetti sulla produttività possono essere meno evidenti.
Convertire una monocoltura in una foresta mista, inoltre, può causare perdite iniziali e richiede decenni: è una scelta da visione lunga.
Lezione: la resilienza è un valore climatico. Non si misura solo in tonnellate di CO₂.
Integrare alberi e agricoltura è tra le scommesse più promettenti (e con più co-benefici)
L’agroforestazione — inserire alberi e arbusti in campi e pascoli — è una delle pratiche più interessanti perché unisce produttività e clima.
Il carbonio aumenta sia nella biomassa sia nel suolo, e in più arrivano co-benefici cruciali:
migliore fertilità
meno erosione
miglior gestione idrica
più biodiversità
più resilienza per aziende agricole e paesaggi
Lezione: alcune pratiche non “catturano solo carbonio”, ma rigenerano sistemi produttivi e territori.
Oltre la semplificazione, verso una gestione intelligente
Le soluzioni basate sulle foreste sono potenti, ma non sono semplici. E spesso, le soluzioni semplici sono quelle che generano i problemi più grandi: crediti poco credibili, rischi di permanenza, leakage non considerato, addizionalità debole, benefici ambientali non dimostrati.
La vera domanda oggi non è “quanti alberi possiamo piantare?”, ma:
come progettiamo interventi territoriali che siano davvero misurabili, durevoli, sostenibili e verificabili?
Perché senza qualità, il carbon farming rischia di diventare un boomerang: per il clima, per gli ecosistemi e per chi investe.
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