ESRS, GRI e ISSB: quale standard di sostenibilità scegliere nel 2026BLOGESRS, GRI e ISSB: quale standard di sostenibilità scegliere nel 2026

ESRS, GRI e ISSB: quale standard di sostenibilità scegliere nel 2026

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La rendicontazione di sostenibilità non è più un esercizio volontario di reputazione. Oggi è una leva strategica che incide su accesso al credito, dialogo con investitori, gestione della supply chain e credibilità del brand. In Europa, questo cambio di paradigma è stato accelerato dalla CSRD e dagli ESRS, mentre a livello globale restano centrali due riferimenti complementari: il GRI, orientato agli impatti, e l’ISSB, costruito per i mercati finanziari.

Per le imprese italiane, la domanda non è più “se” rendicontare, ma come farlo in modo utile al business. La scelta del framework influenza infatti la qualità dei dati, il livello di comparabilità, la capacità di rispondere alle richieste della filiera e il posizionamento verso stakeholder diversi. In questo scenario, capire la differenza tra ESRS, GRI e ISSB è essenziale per impostare una strategia ESG credibile e sostenibile nel tempo.

Perché la scelta dello standard di reporting è una decisione strategica

Negli ultimi anni il reporting ESG è passato da documento accessorio a infrastruttura informativa. Oggi banche, investitori, grandi clienti e partner chiedono dati più strutturati, verificabili e coerenti con standard riconosciuti. L’obiettivo non è solo “raccontare” la sostenibilità, ma dimostrare con evidenze come rischi, impatti e opportunità influenzino l’organizzazione.

Per questo motivo, scegliere uno standard di rendicontazione significa decidere:

  • a chi stai parlando;
  • quale concetto di materialità vuoi adottare;
  • con quale livello di rigore raccoglierai i dati;
  • come integrerai sostenibilità, governance e performance economica.

ESRS: lo standard di riferimento per chi opera in Europa

Gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) restano il perno della rendicontazione di sostenibilità nell’Unione Europea, perché sono gli standard collegati alla CSRD. La logica di fondo non cambia: aumentare la trasparenza e rendere comparabili le informazioni ESG pubblicate dalle imprese.

Cosa cambia davvero con il pacchetto Omnibus

Qui serve precisione. Nel 2026 non è più corretto parlare solo di “proposta” in termini generali: il pacchetto di semplificazione è stato approvato e pubblicato in Gazzetta ufficiale UE, con entrata in vigore il 18 marzo 2026. Tra gli effetti principali ci sono il rinvio dei tempi per alcune imprese e il restringimento del perimetro di applicazione.

In sintesi:

  • le imprese già entrate nel primo scaglione continuano a rendicontare;
  • per le imprese wave 2 e wave 3 si applica il rinvio introdotto dallo stop-the-clock;
  • il nuovo assetto restringe l’obbligo alle imprese di dimensioni molto elevate.

Le soglie da tenere presenti nel 2026

Nel quadro semplificato, la CSRD si concentra sulle imprese con più di 1.000 dipendenti e con soglie economiche elevate. Le fonti istituzionali riportano, da un lato, la formulazione originaria della Commissione con oltre €50 milioni di fatturato o €25 milioni di totale attivo; dall’altro, l’esito del negoziato finale segnala un ulteriore irrigidimento, con riferimento a oltre €450 milioni di fatturato netto annuo per il perimetro CSRD semplificato. Per questo, nel testo editoriale è bene usare una formula prudente: “il perimetro 2026 è stato significativamente ristretto alle imprese molto grandi; le soglie definitive applicabili vanno verificate nel recepimento nazionale e nel caso concreto”.

Per le imprese extra-UE, il criterio resta ancorato al volume d’affari realizzato nell’Unione. Anche qui il quadro è stato irrigidito: le fonti del Consiglio indicano oltre €450 milioni di turnover UE del gruppo madre e oltre €200 milionigenerati da filiale o branch nell’UE.

La vera particolarità degli ESRS: la doppia materialità

Il tratto distintivo degli ESRS è la doppia materialità. Significa che un tema è rilevante sia quando l’impresa genera impatti significativi su ambiente e persone, sia quando un fattore ESG può incidere sulla sua performance economico-finanziaria. È questo approccio a rendere gli ESRS particolarmente completi, ma anche più impegnativi da applicare.

Assurance: cosa devono aspettarsi davvero le aziende

La verifica esterna resta un punto chiave. Oggi il riferimento è la limited assurance. La possibilità di passare in futuro a un obbligo generalizzato di reasonable assurance è stata rimossa dal percorso Omnibus. Questo, però, non riduce l’esigenza di avere processi interni robusti: i dati ESG devono essere già oggi raccolti con logiche sempre più vicine a quelle del reporting finanziario.

E gli standard settoriali?

Un altro passaggio importante: il pacchetto di semplificazione ha eliminato il percorso verso gli ESRS sector-specific. EFRAG ha infatti sospeso il lavoro su questi standard, in coerenza con il nuovo indirizzo normativo.

GRI: lo standard migliore per raccontare impatti e responsabilità

Il Global Reporting Initiative (GRI) resta il riferimento globale più diffuso per le organizzazioni che vogliono rendicontare i propri impatti economici, ambientali e sociali in una prospettiva ampia. Il suo punto di forza è chiaro: non nasce per rispondere solo agli investitori, ma a un ecosistema più esteso di stakeholder.

La logica del GRI: materialità d’impatto

Secondo il GRI, i temi materiali sono quelli che riflettono gli impatti più significativi dell’organizzazione su economia, ambiente e persone, inclusi i diritti umani. È quindi un modello particolarmente utile quando l’impresa vuole rendere conto del proprio ruolo sociale, del rapporto con territori, lavoratori, comunità e filiera.

Perché il GRI continua a essere rilevante nel 2026

Il GRI è ancora molto usato perché:

  • è modulare e flessibile;
  • può essere adottato da organizzazioni di qualsiasi dimensione;
  • mantiene una forte architettura settoriale, con Sector Standards dedicati.

Questo lo rende particolarmente efficace per le aziende che vogliono produrre contenuti ESG comprensibili, credibili e utili anche sul piano della comunicazione corporate, oltre che della disclosure.

ISSB: il framework più vicino alle esigenze degli investitori

L’International Sustainability Standards Board (ISSB), nato in ambito IFRS Foundation, ha un obiettivo diverso: creare un linguaggio globale comune per le informazioni di sostenibilità rilevanti per chi fornisce capitale all’impresa.

La materialità secondo l’ISSB

L’ISSB adotta una logica di materialità finanziaria. In pratica, conta tutto ciò che può influenzare le decisioni degli investitori e degli altri fornitori di capitale. L’obiettivo dell’IFRS S1 è infatti fornire informazioni utili ai destinatari del reporting finanziario generale nelle decisioni di allocazione delle risorse.

IFRS S1 e IFRS S2: dove siamo oggi

Attualmente il cuore del framework ISSB è composto da:

  • IFRS S1, requisiti generali per l’informativa di sostenibilità;
  • IFRS S2, disclosure sul clima.

Sul fronte evolutivo, l’ISSB sta lavorando anche su temi come natura/biodiversità e capitale umano, ma nel 2026 questi cantieri sono ancora in sviluppo e non vanno presentati come standard già emessi.

ESRS, GRI e ISSB a confronto: differenze chiave

Per scegliere bene bisogna partire da una domanda semplice: chi deve usare il tuo report?

1. Se il focus è la compliance europea

Gli ESRS sono il riferimento prioritario. Sono la base per chi rientra nel perimetro CSRD o per chi vuole allinearsi al linguaggio richiesto da mercato, banche e grandi committenti europei.

2. Se il focus è raccontare impatti e accountability

Il GRI è spesso la scelta più efficace. È ideale per organizzazioni che vogliono mettere al centro impatti, stakeholder engagement e responsabilità verso il territorio e la società.

3. Se il focus è il mercato dei capitali

L’ISSB è il framework più coerente con le esigenze degli investitori e con una logica di enterprise value.

La scelta più intelligente? Un approccio modulare

Nella pratica, molte aziende non scelgono un solo standard in modo esclusivo. Adottano invece un approccio a blocchi:

  • ESRS per compliance e allineamento europeo;
  • GRI per spiegare gli impatti in ottica multistakeholder;
  • ISSB per dialogare con investitori e finanza.

Questa logica “building blocks” è coerente con l’evoluzione del mercato: i framework non sono mondi separati, ma strumenti che possono essere combinati per evitare duplicazioni e aumentare l’utilità del dato. Gli ESRS dialogano con concetti vicini al GRI sul fronte degli impatti; l’ISSB incorpora l’eredità tecnica di TCFD e SASB nella disclosure per investitori.

E per le PMI fuori dal perimetro obbligatorio?

Questo è uno dei punti più importanti per il traffico organico, perché riguarda moltissime imprese italiane. Se un’azienda non rientra più nell’obbligo CSRD, non significa che il reporting ESG perda valore. Al contrario, può diventare uno strumento competitivo nella relazione con banche, clienti corporate e supply chain.

In questo contesto, il VSME ha un ruolo centrale. EFRAG ha pubblicato lo standard volontario per le PMI non quotate e la Commissione europea ne ha sostenuto l’adozione tramite raccomandazione, invitando grandi imprese e istituzioni finanziarie a basare su di esso le proprie richieste informative verso le PMI.

Tradotto in termini pratici: per molte PMI, il VSME può diventare il modo più efficiente per restare “leggibili” sul mercato senza affrontare il peso dei full ESRS.

Come scegliere lo standard giusto: 5 criteri pratici

1. Guarda prima il perimetro normativo

Verifica se la tua impresa rientra davvero negli obblighi CSRD dopo le modifiche Omnibus e come il recepimento nazionale sta trattando il tuo caso.

2. Parti dai destinatari

Se devi convincere investitori e banche, l’asse ESRS-ISSB pesa di più. Se devi lavorare su reputazione, stakeholder e accountability, il GRI diventa molto utile.

3. Mappa bene la materialità

Doppia materialità, materialità d’impatto e materialità finanziaria non sono sinonimi. Confonderle porta a report deboli e poco utili.

4. Costruisci processi “assurance-ready”

Anche dove l’assurance non è richiesta dallo standard in sé, il mercato si sta muovendo verso dati più tracciabili, verificabili e coerenti.

5. Non sottovalutare la filiera

Le richieste informative arriveranno sempre più spesso da clienti, capofiliera e istituti finanziari, anche per chi non ha un obbligo diretto di legge.

La vera sfida è costruire un sistema di dati

Il punto decisivo, nel 2026, non è solo scegliere tra ESRS, GRI e ISSB. È creare un sistema di raccolta dati, governance interna e controllo che consenta all’impresa di rispondere in modo coerente alle richieste del mercato.

La rendicontazione di sostenibilità sta diventando un’infrastruttura aziendale. Chi la tratta come un semplice adempimento rischia di accumulare costi e complessità. Chi invece la integra nella strategia può ottenere un vantaggio competitivo concreto: maggiore accesso a clienti, capitale, partnership e fiducia.

Conclusione

Per le aziende che operano in Europa, gli ESRS restano il riferimento da conoscere per primi. Il GRI continua a essere il miglior alleato per raccontare gli impatti in modo ampio e credibile. L’ISSB rappresenta la grammatica più utile per il dialogo con investitori e finanza globale.

La scelta migliore non è sempre “uno contro l’altro”. Spesso è un’architettura combinata, costruita in base a obblighi, stakeholder e obiettivi di business.

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