Omnibus: l’UE cambia le regole, ma non cambia i rischi ESGBLOGOmnibus: l’UE cambia le regole, ma non cambia i rischi ESG

Omnibus: l’UE cambia le regole, ma non cambia i rischi ESG

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Con il decreto Omnibus, l’Unione Europea ha ricalibrato il perimetro della propria architettura normativa sulla sostenibilità. Le modifiche a CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) e CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive) riducono il numero di imprese direttamente soggette agli obblighi, innalzano le soglie dimensionali, rendono più flessibili le tempistiche e delimitano con maggior precisione le aspettative lungo la catena del valore.

A prima vista, il messaggio sembra chiaro: un’Europa che vuole semplificare, ridurre oneri, dare respiro alle imprese.
Ma se guardiamo oltre il perimetro strettamente giuridico, emerge una verità diversa: la regolazione è stata ridisegnata, il rischio no.

Il paradosso Omnibus: meno obblighi formali, stessi rischi reali

I rischi ESG non seguono le soglie dimensionali fissate nei testi normativi. Continuano a incidere in modo diretto su:

  • performance economica,

  • resilienza operativa,

  • competitività di lungo periodo,

soprattutto quando toccano temi come:

  • diritti umani nelle filiere globali,

  • stabilità delle supply chain,

  • esposizione ai rischi della transizione climatica.

Ridurre l’ambito formale di applicazione delle norme non elimina queste vulnerabilità, né le rende meno materiali.
Semplicemente, sposta il confine tra chi è obbligato a gestirle in modo strutturato e chi sceglie di farlo per strategia.

CSDDD: dalla copertura “end-to-end” alla priorità dei rischi

Con le modifiche Omnibus, sotto la CSDDD l’attenzione si sposta verso una due diligence basata sulla priorità dei rischi, abbandonando l’idea di una copertura generalizzata e indistinta lungo tutta la filiera.

In teoria, è un passo verso una gestione più realistica e mirata: concentrarsi sui punti di maggiore impatto anziché costruire mappe perfette sulla carta.
Nella pratica, però, questo modello richiede:

  • capacità di mappare i rischi in profondità,

  • strumenti per prioritizzare in modo credibile,

  • governance interna in grado di dimostrare le scelte compiute.

Non è un “allentamento”, è un diverso tipo di rigore.

Un’Europa a più velocità: CSRD già recepita, Omnibus in arrivo

La realtà sul campo è più complessa di quanto lasci intendere il dibattito politico.

In molti Stati membri – tra cui Francia, Italia e Germania – la CSRD è già stata recepita e sta producendo effetti concreti su:

  • governance e responsabilità del board,

  • processi di gestione del rischio,

  • relazioni con il mercato dei capitali e con gli investitori istituzionali.

L’Omnibus, intervenendo a norme già in fase di attuazione, introduce una serie di asimmetrie:

  • tra Stati membri che hanno già incorporato i requisiti in modo stringente e quelli che rallenteranno,

  • tra aziende che hanno anticipato l’adeguamento e altre che ora sono incentivate ad attendere,

  • tra filiere in cui i grandi player richiedono comunque dati ESG avanzati e segmenti di mercato che rimarranno meno esposti.

In altre parole, l’ambiente operativo diventa più frammentato, non più semplice.

Le lezioni dai casi nazionali: non conta quante aziende copri, ma come

L’esperienza delle normative nazionali degli ultimi anni mostra un pattern chiaro:

  • Francia – Devoir de vigilance
    Ha contribuito a migliorare la mappatura dei rischi e la consapevolezza a livello di consiglio di amministrazione, spingendo le imprese ad affrontare in modo strutturato diritti umani e impatti sociali nella filiera.

  • Regno Unito – Modern Slavery Act
    Ha evidenziato un limite importante: la sola trasparenza dichiarativa, priva di un enforcement robusto, genera reporting, ma non necessariamente cambiamento reale.

  • Germania – Legge sulla due diligence di filiera
    Ha prodotto effetti indiretti anche su molti fornitori non formalmente soggetti alla norma, grazie alle richieste dei clienti di maggiori informazioni sui rischi ESG.

La lezione è netta:

l’impatto non dipende dal numero di aziende coperte, ma dalla qualità, integrazione e credibilità degli obblighi.

Il vero rischio dell’Omnibus: dati meno comparabili, decisioni più difficili

Omnibus riduce il perimetro normativo, ma non semplifica davvero l’ambiente operativo.
Al contrario, può:

  • compromettere la qualità dei dati ESG disponibili,

  • ridurre la comparabilità tra imprese e Paesi,

  • aumentare l’incertezza per investitori, banche e assicurazioni che basano le decisioni su dati di sostenibilità.

I rischi ESG continueranno a essere guidati da:

  • volatilità geopolitica,

  • crisi climatiche e ambientali,

  • tensioni sociali e reputazionali,

non dalle soglie regolatorie.

Le imprese che continueranno a investire in reporting, data governance e due diligence di filiera non lo faranno per mera conformità formale, ma per costruire:

  • resilienza,

  • intelligenza sul rischio,

  • valore di lungo periodo.

Oltre l’Omnibus: perché ha senso investire comunque in dati ESG solidi

In questo contesto, scegliere di “fare il minimo indispensabile” può essere una strategia miope.
Le aziende che mantengono o rafforzano:

  • processi di rendicontazione ESG di qualità,

  • sistemi strutturati di gestione del rischio,

  • relazioni trasparenti con fornitori e stakeholder,

possono:

  • ottenere migliori condizioni di credito e accesso a capitali,

  • posizionarsi meglio nelle gare e negli appalti,

  • ridurre rischi di interruzione, crisi reputazionali e contenziosi,

  • dialogare in modo più efficace con clienti internazionali che richiedono standard elevati.

L’equazione, in fondo, resta invariata:

i rischi non si riducono perché cambia una soglia normativa, si riducono se migliorano dati, processi e decisioni.

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Christian Sansoni