Strategia UE anti-razzismo 2026–2030: cosa prevede e come le aziende possono trasformarla in azione misurabile

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Il 20 gennaio 2026 la Commissione europea ha adottato la “Union of Equality: Anti-Racism Strategy 2026–2030”.
L’obiettivo è costruire un’Europa in cui il razzismo non trovi spazio e in cui persone e comunità possano prosperare senza discriminazioni, rafforzando un quadro d’azione comune tra istituzioni, società civile e settore privato.
Per le imprese non è un tema “solo valoriale”. È sempre più un tema di governance, cultura organizzativa, attrazione dei talenti, rischio reputazionale e—soprattutto—dati: ciò che non si misura, raramente si governa.
La Commissione la considera una priorità (anche economica)
Nel documento, la Commissione richiama un dato molto chiaro: nel 2023 quasi due europei su tre percepivano la discriminazione razziale come diffusa nel proprio Paese (es. 61% in base al colore della pelle; 65% in base all’essere rom).
C’è anche una motivazione economica esplicita: combattere il razzismo è descritto come un investimento strategico per la competitività europea; secondo uno studio OECD citato, la discriminazione razziale o etnica potrebbe costare all’UE fino a 12,7 miliardi di euro di PIL ogni anno.
Cosa c’è dentro la Strategia 2026–2030
La Strategia prosegue il percorso dell’Action Plan 2020–2025, ma insiste su alcuni capisaldi che per le organizzazioni sono molto concreti.
1) Affrontare il razzismo strutturale
Il documento dedica un capitolo al concetto di structural racism: non solo episodi isolati, ma barriere che si accumulano e limitano opportunità (casa, lavoro, istruzione, servizi).
2) Approccio “intersectional” e inclusione nelle aree che contano
La Commissione ribadisce un approccio intersezionale: le discriminazioni possono sovrapporsi e amplificarsi (origine/etnia, genere, disabilità, background socio-economico, ecc.).
3) Educazione, media e consapevolezza
Tra le iniziative previste: un progetto con UNESCO nel 2026 per rafforzare l’educazione anti-razzismo, e un ciclo di seminari sul contrasto al razzismo nei media (inclusi i social).
La reputazione oggi è “dimostrabile”
La direzione è chiara: stakeholder, clienti, talenti e partner giudicano sempre più un’organizzazione non solo per cosadichiara, ma per come lavora davvero.
Per questo l’anti-razzismo (e più in generale la dimensione sociale dell’ESG) si gioca su tre piani:
cultura e leadership: comportamenti, responsabilità manageriale, gestione delle segnalazioni;
processi: selezione, crescita, retribuzioni, valutazione, procurement e filiera;
evidenze: KPI e indicatori affidabili, perché la credibilità si costruisce con dati coerenti nel tempo.
In breve: non basta “comunicare inclusione”. Serve poterla provare.
Dalla strategia ai fatti
Un approccio realistico, sostenibile nel tempo e adatto anche alle PMI parte spesso da pochi passaggi ben fatti:
Stabilire governance e responsabilità (ruoli, escalation, procedure chiare).
Mettere a terra processi HR verificabili (criteri trasparenti, formazione dei decision maker, tracciabilità).
Misurare ciò che serve davvero: poche metriche, ma utili a vedere i gap e guidare scelte.
Allineare comunicazione e realtà: meglio dire meno, ma dire cose difendibili.
Attivare partnership credibili con enti e comunità locali per progetti con impatto misurabile.
Social Footprint e KPI misurabili
Per trasformare inclusione e responsabilità sociale in un percorso concreto, ecosostenibile.eu® ha un servizio dedicato: Social Footprint.
La Social Footprint misura l’impatto sociale di un’organizzazione ed è presentata come un pilastro delle strategie ESG, con un focus su diversità, inclusione ed equità e sul benessere dei dipendenti. (ecosostenibile.eu)
L’obiettivo è aiutare le aziende a misurare e ottimizzare la Social Footprint integrandola nella strategia di business e aumentando la trasparenza verso gli stakeholder, anche in ottica di certificazioni internazionali. (ecosostenibile.eu)
Cosa include, in pratica, il servizio Social Footprint
Secondo la descrizione ufficiale del servizio, ecosostenibile.eu® supporta le aziende con:
valutazione della Social Footprint tramite metriche specifiche;
consulenza per iniziative ad alto impatto sociale;
definizione di indicatori per il monitoraggio continuo della performance sociale.
Questo approccio è utile perché fa esattamente ciò che oggi serve alle organizzazioni: spostare l’inclusione da “principio” a processo misurabile, integrato nei KPI ESG e coerente con le aspettative degli stakeholder.
Perché questa connessione è importante ora
La Strategia UE 2026–2030 richiama esplicitamente l’idea che servano azioni ambiziose e sostenute, basate anche su evidenze e partnership.
Per le aziende, la via più semplice per non restare nel teorico è costruire una “spina dorsale” sociale: obiettivi chiari, responsabilità interne, iniziative coerenti—e indicatori che permettano di monitorare progressi e punti critici.
Inclusione come capacità organizzativa
La nuova Strategia UE anti-razzismo (approvata il 20 gennaio 2026) rafforza un messaggio che il mercato aveva già iniziato a interiorizzare: inclusione, equità e non discriminazione sono parte della qualità del management e della solidità della governance.
Se vuoi rendere la dimensione sociale dell’ESG più concreta—e più credibile—il punto di partenza è una Social Footprint strutturata: metriche, iniziative e indicatori di monitoraggio continuo.
Christian Sansoni