Il forest carbon sta diventando un asset finanziabile. Ecco cinque casi che lo dimostranoBLOGIl forest carbon sta diventando un asset finanziabile. Ecco cinque casi che lo dimostrano

Il forest carbon sta diventando un asset finanziabile. Ecco cinque casi che lo dimostrano

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Per anni il mercato dei crediti di carbonio si è mosso soprattutto dal lato della domanda: aziende che compravano crediti per compensare le proprie emissioni o sostenere obiettivi climatici. Negli ultimi mesi, però, qualcosa è cambiato.

Il capitale ha iniziato a entrare prima che i crediti vengano generati, finanziando direttamente terreni, riforestazione, agroforestazione, conservazione e gestione del territorio. È un cambio di prospettiva non da poco: non si valuta più solo il prezzo del singolo credito, ma la capacità di un ettaro di produrre valore nel tempo, su più fronti insieme.

Per banche, CFO, investitori e proprietari terrieri la questione diventa concreta: quanto può rendere un terreno se viene progettato e gestito anche in funzione del carbonio?

Le operazioni più interessanti arrivano per ora dall’estero. Ma sono casi utili per capire una dinamica che, prima o poi, toccherà anche il patrimonio forestale e agricolo italiano.

1. Miombo Restoration Alliance — oltre 1 miliardo di dollari per 675.000 ettari

La Miombo Restoration Alliance sta portando avanti quattro grandi progetti di carbon removal in Mozambico, Zambia, Tanzania e Malawi, con un investimento e una spesa diretta previsti oltre il miliardo di dollari. L’orizzonte è lungo, circa 40 anni, e combina restauro degli ecosistemi, riforestazione e agroforestazione. Secondo Trafigura, i primi quattro progetti dovrebbero generare più di 50 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente rimossa, su 675.000 ettari complessivi.

Il caso più istruttivo è forse quello dello Zambia, dove il progetto di agroforestazione coinvolge circa 45.000 agricoltori, integrando produzione agricola e ricavi da carbonio nello stesso modello economico.

Cosa dice questo caso a chi possiede terreni? Che il carbonio può inserirsi dentro un modello territoriale più ampio, non sostituirlo. Uno stesso ettaro può generare ricavi agricoli o forestali, carbon revenues, valore fondiario, servizi ecosistemici e benefici per le comunità locali — tutto insieme, non in alternativa.

2. Octopus Energy e Living Carbon — 500 milioni per costruire capacità futura

Ad aprile 2026 Octopus Energy Generation ha investito 500 milioni di dollari in progetti di afforestazione e riforestazione sviluppati da Living Carbon negli Stati Uniti, su terreni degradati — inclusi ex siti minerari e terreni agricoli impoveriti. Il potenziale di rimozione stimato è fino a 50 milioni di tonnellate di CO₂ in 40 anni. Octopus ha inoltre investito quasi 13 milioni di dollari direttamente nel business di carbon removal di Living Carbon.

Quello che colpisce, dal punto di vista finanziario, è la tempistica del capitale: non si comprano crediti già pronti, si finanzia il percorso che li produrrà — terra, progetto, gestione, rimozioni future, crediti, ricavi. È la stessa logica con cui si finanziano altri asset infrastrutturali prima ancora che generino cassa.

Per CFO e investitori, il carbon finance diventa così uno strumento per costruire una pipeline di progetti, non solo per comprare crediti a cose fatte.

3. The Reforestation Fund — la foresta come asset a più livelli

The Reforestation Fund, gestito da BTG Timberland Investment Group, punta a raccogliere fino a 1 miliardo di dollari per proteggere e ripristinare 135.000 ettari di foreste naturali, piantare circa 200 milioni di alberi e generare oltre 36 milioni di tonnellate di forest carbon offset in 15 anni. Secondo l’IFC, la strategia si concentra su Brasile e Uruguay, con possibilità di espansione in Cile, Colombia e Paraguay, combinando acquisizione di terreni, piantagioni commerciali certificate FSC, conservazione e ripristino. L’IFC ha già approvato un investimento azionario fino a 53 milioni di dollari nella strategia.

Il messaggio qui è chiaro: la foresta non si misura con un’unica metrica. È insieme asset immobiliare, asset forestale, fonte di produzione, strumento di conservazione, generatore di crediti e investimento pluriennale. È la logica del multi-value asset: più flussi economici e ambientali costruiti sullo stesso territorio.

4. Mombak Amazon Reforestation Fund — da progetto singolo a portafoglio

Il caso Mombak mostra un altro passaggio: da singoli progetti di riforestazione a veri portafogli di asset territoriali. A settembre 2026 la società brasiliana ha annunciato il primo closing del suo secondo fondo, Amazon Reforestation Fund II, con un target di raccolta di 150 milioni di dollari, oltre a una linea di credito da 200 milioni di real brasiliani (circa 38,9 milioni di dollari) del Climate Fund gestito da BNDES.

Il primo fondo, da 120 milioni di dollari, ha già finanziato la piantumazione di quasi 15 milioni di alberi nativi in 15 aziende agricole amazzoniche, e Mombak prevede di emettere circa 80.000 tonnellate di crediti di carbon removal entro fine 2026.

Non più un progetto isolato, insomma, ma un modello pensato per essere replicato su un portafoglio di terreni — la scalabilità che rende il forest carbon appetibile per il capitale istituzionale.

5. Mirova Global Carbon Fund — il carbonio entra nella diversificazione di portafoglio

Il Mirova Global Carbon Fund punta a costruire un portafoglio diversificato di progetti di carbonio nature-based nei mercati emergenti, con un target di 500 milioni di dollari e un finanziamento proposto dalla European Investment Bank di 75 milioni (il fondo è ancora in fase di valutazione, quindi quella cifra non va considerata capitale già erogato).

Le aree di investimento spaziano da forestry e agroforestry a improved land management, blue carbon e tech-based removals, con crediti collocati in larga parte tramite accordi di offtake a lungo termine.

Per un investitore istituzionale, questo significa applicare al carbonio le stesse logiche con cui si gestisce qualsiasi altro portafoglio: diversificazione geografica, tecnologica e di tipologia progettuale, gestione del rischio.

Cosa hanno in comune questi cinque casi

Sono operazioni molto diverse tra loro, ma raccontano tutte la stessa tendenza: il mercato si sta spostando dal chiedersi quanto valga un credito di carbonio al chiedersi quanto valore possa generare un ettaro, se progettato bene fin dall’inizio.

Un terreno agricolo, una foresta o un’area degradata non vanno più letti solo per il loro valore attuale, ma anche per la loro capacità di produrre flussi futuri: gestione forestale sostenibile, riforestazione e afforestazione, agroforestazione e carbon farming, crediti di carbonio, nuovi ricavi, servizi ecosistemici e co-benefici ambientali.

Questo non significa, ovviamente, che ogni terreno sia automaticamente idoneo a generare crediti. La fattibilità economica e ambientale di un progetto dipende da elementi tecnici precisi — baseline, addizionalità, metodologia, MRV, certificazione, permanenza, rischio di reversal, struttura proprietaria, costi di sviluppo, accesso al mercato e possibilità di collocamento dei crediti. Ed è qui che entra in gioco la progettazione.

E l’Italia?

I cinque casi analizzati hanno tutti un elemento in comune: sono progetti sviluppati fuori dall’Italia. Non perché il modello non sia applicabile qui, ma perché è un’opportunità ancora da strutturare. Il nostro Paese dispone di un patrimonio significativo di superfici forestali, terreni agricoli e aree degradate che meritano di essere guardati anche attraverso la lente del carbon finance.

Un progetto italiano, però, avrebbe probabilmente un valore aggiunto specifico: benefici non solo climatici o finanziari, ma anche territoriali. Gestione forestale sostenibile, riforestazione o agroforestazione possono contribuire, a seconda del contesto, a contrastare il dissesto idrogeologico, recuperare terreni degradati, tutelare la biodiversità, migliorare la qualità del suolo, gestire meglio le risorse idriche, sviluppare filiere agricole e forestali, creare lavoro nelle aree rurali e interne, valorizzare territori oggi sottoutilizzati.

Non si tratta soltanto di vendere crediti di carbonio, ma di capire se il carbonio possa rendere sostenibili investimenti capaci di generare, allo stesso tempo, valore ambientale, territoriale e finanziario.

Da dove partire

Chi possiede o gestisce terreni in Italia chiede spesso “a quanto posso vendere i miei crediti”, ma la domanda più importante è un’altra: il proprio terreno o patrimonio forestale può diventare la base di un progetto di carbon finance vero e proprio?

Per rispondere servono dati, progettazione e una valutazione integrata dell’asset: quanta CO₂ può essere rimossa o evitata, quale metodologia applicare, quali investimenti servono, quali ricavi si possono generare, quali rischi vanno gestiti, quali certificazioni servono, chi potrebbe acquistare i crediti e, soprattutto, se il progetto regge economicamente.

È qui che il forest carbon smette di essere solo una questione ambientale e diventa una questione di asset management e finanza.

In ecosostenibile.eu lavoriamo esattamente in questa direzione: aiutiamo proprietari terrieri, aziende, investitori e soggetti finanziari a valutare il potenziale carbonico di terreni agricoli, patrimoni forestali e progetti di gestione del territorio, trasformando — quando le condizioni ci sono — un’idea ambientale in un progetto di carbon finance strutturato, misurabile e verificabile.

Il mercato internazionale ci sta già dicendo una cosa: il capitale non aspetta più che il credito venga generato. Inizia a finanziare il territorio che potrà generarlo. E per chi possiede o finanzia terreni in Italia, vale la pena chiedersi già oggi qual è il valore carbonico degli asset che ha in mano.